domenica 21 aprile 2013

Onore ai vinti, 1

Questo post è dedicato al buon Pierluigi Bersani, al momento in cui scrivo ex segretario del PD.

Devo ammettere che alla notizia dell'accordo col PDL per eleggere Marini mi sono innervosito e non poco. L'avevo votato con la sua esplicita garanzia che non avrebbe fatto accordi (governi) con Berlusconi e mi trovo la proposta un presidente di compromesso, ma uno da vecchia politica, proprio.

Oggi, nel primo giorno del Napolitano bis, mi sento di rendere l'onore delle armi a Bersani, con una ricostruzione degli ultimi 18 mesi circa della sua segreteria.

Nel novembre 2011 ha fatto la scelta più dura per il PD, non andare al voto ma appoggiare Monti, ma probabilmente la migliore per l'Italia.

Vinte le primarie ha fato una campagna elettorale, che continuo a condividere, basata sulla rassicurazione piuttosto che sull'esaltazione, e non è bastato per conquistare la maggioranza.

Nonostante ciò ha provato a fare un governo (l'unico che l'ha fatto) in una situazione oggettivamente difficilissima, e non ce l'ha fatta.

Al suo posto probabilmente io mi sarei dimesso, o avrei provato a far saltare il banco, con il candidato di bandiera da subito, ma temo che abbia prevalso la voglia di tenere insieme un partito che era in corso di frantumazione.

E quindi il tentativo Marini, e poi il tentativo del candidato di bandiera, segno che né di qui né di lì c'era per lui alternativa.

Toccato con mano che tutti i tentativi di tenere insieme "la ditta" erano falliti ha rassegnato le dimissioni.

Bersani non ne esce sicuramente vincente, ha il cerino in mano quando gli esplode il partito in mano ma come persona ne esce bene, avendo fato tutto quello che era nelle sue possibilità.
Non è stato abbastanza.


5 commenti:

  1. Francamente non capisco il motivo di questo accorato peana a favore di Bersani.
    Le ha sbagliate tutte e, come tu hai detto, ogni tentativo era finalizzato a tenere insieme "la ditta", quando gli si chiedeva di mettere in condizioni il Paese di trovare un governo stabile. E quando anche, con modi e maniere che io condivido pochissimo, l'unica forza politica con cui poteva permettersi di allearsi per i prossimi 5 anni gli ha fatto una apertura convinta ("praterie") ha voluto persistere nella causa del "partito", invece di quella del Paese. Limportante era ritrovare l'unità del partito. Mavvaffanculo, va.
    Invece è andato a piangere miseria da Napolitano che mi auspico si tolga dai coglioni non appena sia stato varato un governo che tenga almeno il tempo necessario per indire nuove elezioni presidenziali. Perché un paese che predica il rinnovamento con un presidente novantenne non è credibile.

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    1. Beh, perché non le ha sbagliate tutte.

      Partiamo da un presupposto: era il segretario del PD e si è comportato da tale.

      Al punto in cui sono arrivate le praterie (50 giorni di sbeffeggio dopo, non dimentichiamolo, eh, possiamo anche parlare del motivo per cui sono arrivate solo in quel momento, ma in un altro post) Bersani non aveva più in mano il partito perché il PD non esisteva già più di fatto e non poteva garantire niente, nemmeno l'elezione di Rodotà.

      Inoltre prima si è dimesso e poi ha tirato fuori l'unico nome che poteva essere votato dai rottami del PD.

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  3. Se il partito non esisteva tanto valeva allora fare quell'atto di coraggio e sbilanciarsi per Rodotà. Avrebbe dato a tutti l'impressione di un segretario del maggiore partito di sinistra (con la minuscola) che ha voglia di cambiamento come già un italiano su quattro aveva espresso al voto. Invece è voluto rimanere nelle pastoie del clientelismo del proprio partito che Grillo da anni condanna e che ne ha fatto un cavallo di battaglia della propria campagna elettorale.
    Sui modi e maniere di Grillo ha già detto prima, ma l'apertura c'è stata, su un nome assolutamente condivisibile, ma l'orgoglio e la presunzione di voler essere i soli a decidere in virtù di uno striminzito +0,3% su Berlusconi hanno prevalso.
    Il tuo presupposto è la mia tesi: si è comportato da segretario di partito, e non da candidato a guidare l'Italia fuori da questa impasse. E questa è l'origine di tutto lo scempio perpetrato negli ultimi mesi.
    Il PD non avrà più il mio voto.

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    1. L'ho detto, non so se qui o altrove, che il PD doveva proporre un nome, Rodotà o equivalente, prima della fine delle quirinarie.

      Proporre un Rodotà o equivalente, tipo Prodi, ha avuto l'effetto di spaccare il partito.

      Che si sarebbe spaccato anche se il nome fosse uscito prima, solo che Bersani avrebbe mostrato più piglio. Inutilmente perché si sarebbe dimesso lo stesso, ma avrebbe dimostrato più forza personale.

      No, io penso che se ti si spacca il partito di sotto puoi avere colpe nel non averlo tenuto unito, non di quanto i cocci del tuo partito fanno.

      Per quanto riguarda il voto al PD, oggi sicuramente quel coacervo di vipere non va nemmeno vicino ad avere il mio voto, e per esempio non lo avrà nelle comunali di Brescia a maggio.

      Quando mi toccherà votare di nuovo, come faccio sempre, valuterò le forze in campo, i programmi, ne farò un match con la mia sensibilità personale e deciderò chi votare.
      Il PD non è il mio partito, è il partito che volevo governasse l'Italia nel 2013.

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